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LA CLASS ACTION CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
 
 

Indennizzi per i ritardi della PA: stavolta si fa sul serio?
La class action contro la Pubblica Amministrazione

Concludiamo la rassegna degli strumenti di tutela dei cittadini nei confronti della pubblica amministrazione.  Dopo aver esaminato le norme sul termine dei procedimenti e sugli indennizzi, parliamo del “ricorso per l'efficienza delle amministrazioni e dei concessionari di servizi pubblici”, la cosiddetta class action nella PA.

 

 

La class action è un'azione legale condotta da più soggetti che chiedono che la soluzione di una questione comune di fatto o di diritto avvenga con effetti ultra partes per tutti i componenti presenti e futuri della classe. Con l'azione collettiva si possono anche esercitare pretese risarcitorie, ad esempio nei casi di illecito plurioffensivo.

La class action dei consumatori

L'azione collettiva è prevista dall'art. 49 della legge 23 luglio 2009 n. 99 che ha inserito nel c.d. “codice del consumo” (d.l.vo 6 settembre 2005, n. 206) l'art. 140bis, con il quale è stata disciplinata l'azione di classe per l'accertamento della responsabilità e per la condanna al risarcimento del danno e alle restituzioni.

Sono sostanzialmente tre i settori in cui può essere applicata la normativa:

1. Diritti generatisi a seguito di contratti stipulati con una impresa da una pluralità di consumatori che versano nei confronti dell'impresa in una situazione omogenea

2. Prodotti di consumo difettosi: l'azione collettiva può essere proposta dai consumatori finali di un dato prodotto difettoso o pericoloso nei confronti del produttore. In questo caso, a differenza del precedente, non serve l'esistenza di un contratto tra le parti

3. Pratiche commerciali scorrette: si potrà applicare la class action anche contro quelle imprese che adottano comportamenti anticoncorrenziali.

L’azione può essere proposta con atto di citazione al Tribunale competente dal singolo cittadino, da un comitato o da un'associazione. Se più soggetti si aggregano e presentano gli stessi illeciti e gli stessi fatti, le procedure vengono riunite. Il nuovo emendamento toglie alle associazioni dei consumatori l'esclusività nel promuovere l'azione, prevista invece nella vecchia versione della legge. Il giudice ha facoltà di fissare l'importo minimo dei risarcimenti, valido non solo per chi ha presentato il ricorso con la class action, ma per quanti agiscono in giudizio successivamente alle sentenze dell'azione collettiva, ottenendo dal giudice l'assimilazione della causa individuale all'azione collettiva.

Per Consumatore si intende la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta. Sono dunque esclusi dalla normativa i diritti delle persone giuridiche e dei professionisti.

La class action nel settore pubblico

L'azione collettiva nei confronti delle pubbliche amministrazioni e dei concessionari di pubblici servizi è stata introdotta con il D. Lgs. 20.12.2009 n. 198.

In base a questo decreto, il consumatore-utente può agire in giudizio nei confronti della P.A. se dall’operato della stessa derivi una lesione concreta, diretta ed attuale dei propri interessi.  Tale lesione può derivare da violazione dei termini previsti per l’erogazione di quel servizio, mancata emanazione di atti amministrativi obbligatori, violazione di obblighi contenuti nella carta dei servizi.

  • L’art 1 comma 1 bis recita “Nel giudizio di sussistenza della lesione il giudice tiene conto delle risorse strumentali, finanziarie e umane concretamente a disposizione delle parti intimate”. Con ciò si intende che il giudice, al di là di un’oggettiva valutazione della violazione, deve tener conto del contesto in cui violazione è stata effettuata. Nello specifico questo significa che il giudice deve formare il suo convincimento tenendo conto degli obiettivi, nonché delle risorse e dei mezzi che la struttura ha a disposizione per portarli a termine.
  • Il secondo comma, richiamando il cennato principio della trasparenza, statuisce che del ricorso deve essere data immediatamente notizia sul sito istituzionale dell’amministrazione. Con tale passaggio si dà la possibilità a tutti i soggetti che si trovano nella stesa condizione giuridica del ricorrente di poter intervenire, nel termine di venti giorni liberi, prima dell’udienza; l’udienza è fissata d’ufficio in una data compresa tra il novantesimo e il centoventesimo giorno dal deposito del ricorso. (comma 3).

Importante è la questione dell’improponibilità del ricorso trattata dall’art 2.

Il ricorso, recita il cennato articolo, non può essere proposto se un organismo con funzione di regolazione e controllo ha instaurato, e ancora non definito, un procedimento volto ad accertare le medesime condotte oggetto dell’azione di ricorso, né se, in relazione alle medesime condotte, sia stato instaurato un giudizio ai sensi dell’art. 139, 140, 140 bis  del codice del consumo (si tratta di procedimenti attivati dalle associazioni dei consumatori che possono concretizzarsi, oltre che in ricorsi veri e propri davanti al giudice, in procedure di conciliazione dinanzi alla Camera di Commercio). 

Viceversa se i due procedimenti su citati sono iniziati dopo l’instaurazione del ricorso il giudice sospende la causa fino alla definizione dei predetti procedimenti.

A seguito del passaggio in giudicato della sentenza che definisce nel merito il giudizio instaurato ai sensi degli artt. 139 e 140 del codice del consumo, il ricorso di cui all’art. 1 diviene improcedibile.

Il procedimento del D.Lgs.198/2009

Le fasi del procedimento delineate dal decreto in oggetto sono le seguenti:

  • diffida notificata all’amministrazione da parte del ricorrente oppure risoluzione non giudiziale della controversia ;
  • entro 90 gg l’amministrazione deve effettuare interventi utili per rimuovere la cause della lesione e comunicarli all’autore della diffida;
  • se entro 90 gg non si provvede a sanare la situazione o si è intervenuti in modo parziale, il soggetto leso può proporre ricorso nei confronti dell’amministrazione. Nel ricorso deve essere esplicitata la persistenza totale o parziale, della situazione denunciata.

Se il giudice accoglie la domanda accertando la violazione da parte dell’amministrazione ordina alla stessa di porvi rimedio entro congruo termine nei limiti delle risorse strumentali, finanziarie ed umane di cui l’amministrazione dispone e senza nuovi o maggiori oneri per la stessa.  La sentenza passata in giudicato deve essere comunicata alla Corte dei Conti e agli organismi di valutazione e misurazione della performance (CIVIT, OIV).

La singolarità di questo procedimento è data dal fatto che per il ricorrente, anche nel caso in cui la decisione finale gli sia favorevole, non è previsto nessun risarcimento in termini economici per i danni subiti.

Le misure adottate in ottemperanza alla sentenza sono pubblicate sul sito istituzionale del Ministero per la pubblica amministrazione ed innovazione e sul sito istituzionale dell’amministrazione.  È competenza dell’ente implicato accertare i soggetti che hanno concorso a cagionare l’omissione o il ritardo e di adottare i provvedimenti del caso.

 

In molti hanno avanzato dubbi sulla reale efficacia della norma.

Eppure, in qualche caso la class action nella PA funziona.

Diverse associazioni di consumatori si avvalgono della norma per tenere sotto pressione i soggetti pubblici.

Si veda, ad esempio, il quadro delle iniziative del Codacons (non solo nei confronti della PA).

Altri esempi di applicazione tratti dal sito dell’associazione Cittadinanzattiva.


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Pubblicato il 17/09/2013 


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