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COME BASSANINI RACCONTAVA LA SUA RIFORMA DELLA PA NEL 2009 (PARTE PRIMA)
 
 

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Come Bassanini raccontava la sua riforma della PA nel 2009 (parte prima)
Come Bassanini raccontava la sua riforma della PA nel 2009 (parte seconda)
Come Bassanini raccontava la sua riforma della PA nel 2009 (parte terza)
 Ci pare utile proporvi questo intervento anche se datato, che il Ministro Franco Bassanini tenne nel 2009 presso la fondazione Ifrap (Fondation pour la recherche sur les administrations et les politiques publiques) a Parigi. 
Abbiamo voluto tradurlo perché -a nostro parere-  ben rappresenta lo spirito con cui si è cercato di attuare una seria riforma della Pubblica Amministrazione in Italia. Infatti uno -forse il principale artefice a livello parlamentare- della riforma della PA italiana, ce ne riassume qui la storia a partire dal 1990 fino alla data dell’articolo, le criticità e i risultati ottenuti. Continua poi illustrandoci il metodo di approccio per esportarla ad altri settori e il percorso che v’è ancora da seguire per arrivare ad un risultato completo. 
Come l’autore stesso avrà modo in più occasioni di dimostrarci, occorreva, come si fece, partire da passi che meno pesassero sulla struttura interna delle organizzazioni pubbliche e sui rapporti di lavoro. A questi obiettivi era fondamentale mirare, ma solo passando prima attraverso riforme più “utili” e maggiormente “d’effetto” per il cittadini. Cittadini che, ovviamente sono anche gli stessi dipendenti pubblici quando, come tutti, si confrontano con l’apparato burocratico. E così l’attenzione del legislatore, in una prima fase si indirizzò verso lo snellimento e la semplificazione delle procedure, per poi trattare la riforma anche dal punto di vista organizzativo e giuridico di quello che è il rapporto di lavoro nel pubblico impiego. 
Esempio delle prime leggi di riforma utili e d‘effetto sono state la L. 241/1990 sul responsabile del procedimento, che, fra l’altro, sancisce una volta il diritto del cittadino di sapere chi tratta la sua pratica, a che punto è, quando sarà effettivamente evasa. Garantendo così allo stesso cittadino delle tempistiche precise per le risposte da lui attese e definendo tempi di lavorazione per la stessa PA. 
Queste sicuramente sono state, come si poté poi rilevare, riforme molto stimolanti per ottenere maggior séguito da parte dell’opinione pubblica. 

Ci è parsa molto interessante anche la parte che tratta quelli che sono stati principali ostacoli da rimuovere per la realizzazione di una riforma dello stato e quali devono essere invece i punti su cui forzare la mano e quelli con i quali partire perché una tale riforma abbia la strada più facile. 

Nel corso dell’articolo, abbiamo inserito alcuni commenti o precisazioni sotto la voce che troverete in corsivo. Ecco l’intervento.
 
 

La riforma della Pubblica Amministrazione in Italia.
 
Gli insegnamenti appresi. 
 
 
 
 
 
La riforma dello status di funzione pubblica in Italia è stato uno dei pilastri del lungo e spesso combattuto processo di riforma dello Stato e della sua amministrazione, che ha avuto inizio nel 1990 [con la Legge 241/1990 che ha avuto il merito di cercare di stravolgere il rapporto che fino allora era esistito fra Pubblica Amministrazione e cittadino. Da un rapporto di sudditanza succube e soccombente si è cercati di passare e, fortunatamente in molti casi ci si è riusciti, ad un rapporto paritario, pur nel rispetto delle proprie reciproche funzioni. Certo, era solo il primo piccolo passo che si doveva compiere per iniziare una sorte di rivoluzione culturale, come Bassanini stesso dirà fra le righe di questo intervento. Una vera e propria rivoluzione che, nel corso di decenni, dovrà sradicare lo stereotipo del funzionario statale burocrate, incapace, corrotto, sgarbato, fannullone e appartenente a una casta. ].Riforma che, dopo un brillante avvio nel primo decennio, ha subito  un forte rallentamento, se non addirittura una involuzione dal 2001 al 2008. [Per quanto riguarda il brillante avvio del primo decennio si pensi -a titolo esemplificativo- alla legge 59/1997 Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa, nota appunto come prima legge Bassanini]
Riforma che solo ora [2009], per quanto ancora incompiuta, col terzo governo Berlusconi, si sta nuovamente mettendo in moto.
Il processo ha segnato successi notevoli, ma anche fallimenti evidenti.
Partendo da una situazione a dir poco terrificante non era facile nell’immediato ottenere risultati: nei primi anni novanta infatti, l’amministrazione pubblica italiana era praticamente ancora quella disegnata all’unità d’Italia e  mai più riformata dal 1865. Dimostrava tutti i suoi anni essendo quindi figlia di uno stato fortemente centralizzato, burocraticizzato, interventista e rigido. 
Tutto questo aveva via via generato un apparato sempre meno efficiente e sempre più costoso, nonostante -evidentemente- sussistessero alcune buone pratiche. 
[La macchina burocratica lenta e enormemente costosa è quindi figlia, nella disamina di Bassanini, del governo Sabaudo più che di altri governi, già allora decisamente più innovativi. A tal proposito basti ricordare la modernità e lo spirito innovatrice e riformista, in campo amministrativo, di Maria Teresa d’Austria o di Napoleone, rispetto all’immobilismo umbertino. Non a caso, due importanti riforme della pubblica amministrazione quali il catasto moderno e il sistema giuridico della pubblicità immobiliare, nascono rispettivamente nell’Impero Austroungarico e in Francia.]  
C’era dunque l’esigenza improrogabile di equilibrare e ridurre la spesa, ottimizzandola il più possibile e riducendone gli sprechi.
[Comincia ora un’analisi dettagliata dell’ex Ministro della Funzione Pubblica sugli step della riforma e sulle strade da intraprendere perché tale riforma prosegua e si concluda]
Nel 2001, col passaggio dalla maggioranza di centro-sinistra a quella di centro-destra, alcuni cambiamenti erano già stati messi in atto - in particolare nella normativa - ma la fase cruciale dell’attuazione delle leggi era ancora a metà strada. Dobbiamo sempre ricordare infatti che  se è necessario cambiare leggi e regolamenti, questo non basta a cambiare la vita della PA e  dei
e la vita dei cittadini.
Qualche risultato si andava tuttavia delineando già nel 2000-2001. Il debito pubblico aveva cominciato a ridursi (dal 125% del PIL nel 1995 al 111% del 2001) e il deficit pubblico era diminuito (dal 9,6% del PIL nel 1992 allo 0,8% del 2000) al di sotto degli stessi limiti europei; risultato ottenuto grazie alla riduzione della spesa per il personale del comparto stato (dal 12,7% del PIL nel 1992 al 10,5% del 2000) e allo snellimento della macchina burocratica con misure quali l’autocertificazione o la drastica riduzione dei certificati richiesti dall’amministrazione.
[E infatti è proprio l'autocertificazione insieme alla trasparenza e snellimento del procedimento burocratico due dei punti che maggiormente sono stati identificati nello spirito della Legge 127/1997, non a caso conosciuta come Bassanini bis
 
Parallelamente l’Amministrazione è stata riformata anche a livello centrale con una riduzione dei ministeri -da 22 a 12- nonostante qualche aumento temporaneo a seconda dei governi [tale norma fu introdotta dalla cosiddetta Bassanini quater, legge 50/1999 che rappresentò il primo tentativo di riforma organica della Presidenza del Consiglio, della struttura e del numero di Ministeri. La legge creò una nuova e diversa struttura delle organizzazioni ministeriali. La riforma portata avanti nella Bassanini quater prevedeva, oltre alla riduzione dei ministeri, anche il raggruppamento in un unico ruolo di tutti i dipendenti ministeriali così da facilitarne l’utilizzo con la mobilità. Sempre in questa legge venivano istituite dodici Agenzie indipendenti, con funzioni tecnico-operative con particolari professionalità e conoscenze specialistiche, modo questo per rafforzare una maggior policentralità della PA. Ancora in merito all’abbassamento del numero dei ministeri, dobbiamo precisare che si allude ai ministeri con portafoglio che infatti furono ridotti a 12, anche se in realtà furono in tal numero solo nei due governi successivi a tale riforma (Berlusconi IV e Monti) mentre nell’attuale governo Letta sono 13].
Ora possiamo sostenere che questa riduzione di organico governativo sarà definitivamente adottata e il modello ministeriale piramidale sarà definitivamente abbandonato come modello organizzativo, per lasciare spazio a un’amministrazione pubblica più flessibile e con differenze marcate fra un’amministrazione ed un’altra, a seconda delle proprie missioni.
Abbiamo cercato di realizzare uno Stato più leggero dal punto di vista dell’apparato burocratico, ma non per questo meno efficace. 
Uno stato che fa meno e fa meglio concentrando la sua missione sulle sue attività fondamentali.
 
Abbiamo anche privatizzato molti servizi e attività non essenziali (banche, autostrade, telecomunicazioni, energia, etc.) e liberalizzato  il commercio al dettaglio e molte altre attività produttive. L’Italia è stato il paese dell’Ocse che negli anni Novanta ha realizzato il più il più grande programma di privatizzazione delle attività produttive che facevano capo allo Stato.
 
L’opinione della popolazione sull’efficacia della PA (customer satisfaction) ha cominciato a migliorare proprio in questi anni; si passa da meno del 40% del 1997 al 60% di opinione favorevole del 2001. Allo stesso tempo l’OCSE nel suo Rapporto sulla riforma della regolazione in Italia, pubblicato nel 2001, ha sottolineato gli “incredibili” progressi realizzati in Italia nell’ambito delle riforme dello Stato e della modernizzazione della funzione pubblica, della qualità e della regolamentazione. 
 


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Pubblicato il 24/07/2013 


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